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In Italia il betting e i casino online vengono considerati al confine della dignità. Così infatti si chiamava il decreto che ha escluso ogni possibilità di pubblicità per le aziende di gaming. In pratica: esistono, perché vengono perfino autorizzate dallo Stato. Ma non possono dire che esistono, perché strumenti del diavolo. Almeno secondo Luigi Di Maio, convintissimo promotore della legge in questione.

Insomma: è davvero così? E soprattutto: la tecnologia cosa può fare? Per scoprirlo siamo andati alla sede di Stoccolma di LeoVegas, una delle aziende più attive nel ramo. Svedese, ma con sede ufficiale a Malta, dove con il business del gaming fanno quadrare i conti dello stato. Ecco cosa abbiamo scoperto.

Viaggio dentro LeoVegas

Una giornata a Stoccolma

L’azienda nasce nel 2012 con l’idea che lo sviluppo degli smartphone avrebbero cambiato i parametri di internet. E nasce dopo aver fatto girare un iPhone – il 3 – sul tavolo durante un barbecue. Allora aveva il dorso curvo: sembrava una roulette. Quindi ecco il marchio, con la potenza del leone e il richiamo a Las Vegas.

La sede è in un quartiere tranquillo e all’interno è stata strutturata con alcune sale che ricordano appunto un casino. Ma con tutti i servizi di una smart company. Ci sono infatti la mensa con cucina e uno spazio giochi (con ping pong e playstation) per i dipendenti. Niente, insomma, di così diabolico.

La divisione dei team

LeoVegas ha circa 900 dipendenti, dei quali 200 in Svezia e 500 a Malta. Nell’ufficio di Milano ci sono 15 persone. I vari team sono divisi per competenze, e di uno ci interesseremo in particolare. Ma in ogni caso il tutto ricorda un’azienda di sviluppo software per videogame. Se infatti accedete all’app e al sito di LeoVegas, vi accorgerete che tutti i giochi hanno una grafica, appunto, da videogioco. Nella ragione sociale infatti, dicono a LeoVegas, c’è il divertimento responsabile. Poi, ovviamente, non stiamo parlando di una onlus. Business is (giustamente) business.

Il brand è attivo anche nelle scommesse online, ma il core business resta il casino. Che tra l’altro ha prodotto uno spin off con il nuovo marchio GoGo Casino. E propone la possibilità di giocare live con un croupier dall’altra parte dello schermo. Oltre che al poker Texas Hold’em.

Il Ceo di LeoVegas Gustav Hagman

Il Ceo Gustav Hagman

Nel nostro giro in sede abbiamo avuto modo di incontrare diversi responsabili di settore (uno è italiano), ma soprattutto il Ceo Gustaf Hagman, uno dei due fondatori insieme a Robin Ramm-Ericson. Hagman ci ha fatto vedere i numeri in costante crescita dell’azienda. Che potete vedere qui.

Ma soprattutto ci ha raccontato anche come l’uso della tecnologia sia a tutela dei giocatori, sia nell’ambito del gioco vero e proprio che nella prevenzione. Per dire: “Le vincite sono basate su delle probabilità che vengono comunicate chiaramente sul sito. E la percentuale a favore degli utenti è molto alta: più dell’80 per cento torna indietro agli utenti come montepremi“.

Altra cosa è sapere quando e con frequenza vinceranno. Questo non lo sappiamo nemmeno noi. Tutto funziona infatti grazie a un algoritmo che viene fornito da una società esterna. Non siamo noi a guidarlo e non può farlo nessuno. Per cui LeoVegas è allo stesso grado degli utenti. Non possiamo conoscere quali e quante saranno in un dato periodo le giocate vincenti. Alla base di tutto deve esserci il divertimento e la fortuna”.

L’algoritmo della prevenzione

Questo il punto: invitare al gioco responsabile non è una formula astratta. Così, tanto per lavarsi le coscienze. Uno delle aree presenti nella sede è quella deputata al servizio di assistenza degli utenti. Che vengono seguiti tramite l’utilizzo dell’intelligenza artificiale e dei big data, per capire se il loro comportamento diventa compulsivo.

In pratica: se uno utente che gioca di solito 50 euro la settimana, comincia a scommetterne sempre di più, il sistema lo riconosce. E ce lo segnala. Il nostro compito è capire le cause, se c’è un problema o se invece si tratta solo di un momento”.

L’assistenza in questo caso parte da una semplice telefonata per capire se sta succedendo qualcosa di particolare e passa anche per il consiglio di un consulto presso uno specialista. Fino ad arrivare, nei casi gravi o in quelli in cui ci si accorge di qualcosa di poco pulito, con la sospensione dell’account. In Italia, tra l’altro, quando un account va in autoesclusione il titolare non può aprirne un altro in nessuno dei provider certificati AAMS”. Il che non risolve, ovviamente, il problema in maniera definitivo. Ma di sicuro fornisce da deterrente.

E allora: ci si può fidare?

Se il diavolo esiste, non abita nella sede LeoVegas. La società ha ricevuto diversi premi,  come quello di casinò online dell’anno 2017 agli International Gaming Awards o quelli conferiti agli EGR Nordic Awards. E investirà sempre di più nel gioco responsabile. L’obbiettivo dichiarato del 2020 è la “retention loyalty”, e questo spiega tutto.

La “retention loyalty” vuol dire fare in modo che l’utente che si registra non abbandoni poi la piattaforma. E questo si farà con un programma di premi fedeltà, che sarebbero inutili però senza la qualità del servizio. Nicholas, a capo di uno dei team di sviluppo di Stoccolma, durante il giro ci racconta il progetto: “Acquisire nuovi clienti e farli sentire a loro agio“. Come? “Dando affidabilità, divertimento e la sicurezza di non cadere nella tentazione di esagerare“.

Dolf Lundgren, testimonial di LeoVegas in Svezia

Conclude Gustav Hagman

Quando tutto è cominciato LeoVegas aveva 8 giochi, oggi sono centinaia.Abbiamo puntato subito sugli utenti Apple, considerando che sono disposti di più a spendere per lo smartphone. Cerchiamo di restare innovativi, anche nelle campagne di marketing. Qui in Svezia è consentito fare pubblicità“. E in Svezia LeoVegas ha come testimonial l’attore Dolf Lundgren (sì, quello di “ti spiezzo in due” a Rocky).

Continua Hagman: “Lavoriamo come se fossino una compagnia IT. Ed in effetti lo siamo. Abbiamo una nostra piattaforma e non la cediamo a nessuno. Abbiamo avuto circa 334mila account attivi nell’ultimo trimestre 2019, puntiamo a espanderci in Giappone e Brasile. E negli Usa, dov’è consentito. Siamo forti in Uk e Nord Europa, l’Italia è un ottimo mercato“.

La fine del viaggio

Sinceramente detto, vedendola da dentro, LeoVegas è un’azienda in cui alla fine piacerebbe a molti lavorare. Per il clima, per le prospettive, per la filosofia.Preferiamo avere tanti clienti che giocano 100 o 200 euro al mese – afferma ancora Hagman – piuttosto che gente che investe cifre spropositate. Il divertimento prima di tutto, come detto“.

E – vista da fuori – garantisce sicurezza, privacy. Più, appunto, divertimento, grazie alla tecnologia applicata al gaming. Il che riporta al concetto caro a noi di TraMe&Tech: per avere successo oggi, non conta la quantità di tecnologia che metti in campo. Ma come lo fai.

 

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Marco Pietro Lombardo
giornalista appassionato di tutto quanto fa tecnologia, caporedattore del quotidiano Il Giornale

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