Non diresti mai che questo sessantenne milanese, dai modi di fare e dall’eloquio compassati, sia una delle massime autorità in materia di giochi, e invece Spartaco Albertarelli è il game designer che per Editrice Giochi si è occupato delle versioni italiane dei titoli più famosi. Dal Monopoli a Scarabeo, a Cluedo, fino a ben quindici edizioni speciali del Risiko!. Ospite del Timeless Festival che per tre giorni ha animato Sarzana (e dove per la gioia dei visitatori ha portato un Risiko! gigante), Albertarelli ha impostato tutto il suo sull’intelligenza artificiale.
«Volevo collegare le due cose: da una parte la più grande rivoluzione tecnologica della storia e dall’altra un’attività che svolgiamo praticamente da quando esiste l’umanità. Abbiamo iniziato a giocare quando ancora non avevamo imparato a contare, a comunicare, a darci un linguaggio strutturato. Prima giochiamo, quindi, e poi diventiamo quello che siamo. Il fatto che proprio attorno alla teoria dei giochi si sviluppi una parte importante della ricerca sull’intelligenza artificiale, mi è sembrato un ottimo gancio».
Al Timeless Festival l’intervista a Spartaco Albertelli
Con i giochi, cioè, vengono addestrati chabot e modelli linguistici?
«Certo, la cosa più contemporanea che esiste è messa alla prova con i giochi. Per capire se è una vera intelligenza la facciamo giocare, magari a scacchi, a Go, le facciamo vedere videogame. Utilizziamo lo strumento che noi abbiamo usato per sviluppare il nostro linguaggio e la nostra cultura. Questo serve anche a capire meglio che cos’è l’intelligenza artificiale».
La trova utile nel suo lavoro?
«La utilizzo dal primo momento, da quando è stato reso disponibile ChatGPT. Il mio interesse, ovviamente, è quello della creatività, e ogni volta che esce un nuovo modello, la prima cosa che provo a fare è quella di chiedergli di inventare un gioco partendo da due o tre parametri che fornisco. Da questo punto di vista non ci siamo ancora, manca di originalità, non può inventare davvero. È, però, uno straordinario interlocutore, molto più umano di quanto si creda e capace di allinearsi a chi lo sta interrogando, più alto è il livello della domanda, più aumenta la qualità della risposta. Più sai, più è efficace la tua domanda, più lo è la risposta».

Il Risiko! gigante con cui si è giocato alla Fortezza di Sarzana
È un assistente che ha bisogno di essere addestrato bene…
«Ma è anche uno strumento che, con mia grande sorpresa, mi sta aiutando a recuperare tipologie di parole che non usavo più. Senza rendercene conto, abbiamo abbassato il livello linguistico con l’avvento dei social, di whatsapp, della comunicazione frammentata. Mi sono confrontato con diverse persone che confermano la mia impressione: parlando con l’intelligenza artificiale aumenti il livello del tuo vocabolario».
Quale chatbot utilizza di più?
«Ho cominciato come tutti con ChatGPT, adesso non lo uso più. Claude per il mio lavoro è di sicuro più efficace e non tanto il chabot, ma proprio Cowork, grazie al quale sono riuscito ad accelerare tutta una serie di processi che prima mi richiedevano molto tempo».
Crede che si possa arrivare a dei giochi dove l’intelligenza artificiale non sia un ausilio, ma proprio l’altro giocatore?
«Senz’altro. Uno degli esempi più semplici che viene fatto è sui giochi di ruolo. In Dungeons & Dragons, per esempio, c’è un giocatore che fa l’arbitro, o il master come viene di solito definito. Una specie di regista che deve dire agli altri cosa sta accadendo. Ecco, già oggi ci sono delle piattaforme dove dall’altra parte non c’è un umano, ma un’intelligenza artificiale che gestisce tutta la procedura che serve per andare avanti nel gioco. Stiamo già giocando di fatto con l’intelligenza artificiale, perché se ci pensate una delle cose che l’intelligenza artificiale sa fare bene è inventare storie. Anzi, a volte inventa fin troppo».
Il timore è che l’intelligenza artificiale sostituisca il lavoro umano. Arriverà il giorno in cui le diranno: “Non ci servi più, il gioco lo ha già progettato Claude o ChatGPT”?
«Mi piacerebbe poter dare una risposta, ma non ce l’ho. Penso che ci sarà una trasformazione in tutto. Successe per esempio con la fotografia, in quel momento i pittori ritrattisti persero il lavoro. Ma è grazie a ciò che Mondrian, per esempio, cominciò a dipingere senza aver più bisogno di rappresentare fedelmente la realtà, visto che già lo faceva la fotografia. Sono convinto che troveremo un modo per convivere con l’intelligenza artificiale».





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