Questa startup vuole risolvere una volta per tutte il problema della RAM estraendola dai rifiuti

da | 23 Giu 2026

 

Il tema dei rifiuti elettronici è destinato a pesare sempre di più sulle agende politiche del 2026 tra nuove regole europee sulla spedizione dei rifiuti, obblighi di contributi più alti per il riciclo in California e divieti di importazione di vario genere. Secondo l’ultimo Global E-Waste Monitor delle Nazioni Unite, entro il 2030 il mondo produrrà arriverà a produrre oltre 82 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici l’anno, quantitativi non gestiti in maniera opportuna da quelli che sono gli attuali strumenti per la gestione, che invece recuperano meno di un terzo del valore dei metalli contenuti negli apparecchi dismessi. 

 

Questo scenario è ulteriormente aggravato dalla cosiddetta RAMpocalypse, ovvero quella situazione per cui prezzo e disponibilit della memoria RAM sono esplosi generando una crisi di mercato che ha toccato ogni branca dell’elettronica di consumo, dai tablet che permettano di trovare le opzioni più popolari tra chi cerca giochi da tavolo e slot alle lavatrici, passando poi per cellulari o anche soltanto automobili. 

 

A cambiare le carte in tavola vuole pensarci Tuurny, una startup di San Francisco che propone una soluzione tanto semplice nell’idea quanto complessa nella realizzazione: estrarre i chip di memoria ancora utilizzabili dai rifiuti elettronici, invece di distruggerli insieme al resto delle schede.

 

Vi presentiamo Nantul

Il sistema sviluppato da Tuurny si chiama Nantul ed ha uno scopo ben preciso: ribaltare la logica del riciclo tradizionale; invece di triturare le schede e separare poi i materiali, quello che Nantul vuole fare è individuare e rimuovere i componenti prima della distruzione, ordinarli per modello o materiale e indirizzarli ai laboratori di test per un possibile riutilizzo oppure mandare tutto alle fonderie per effettuare una seconda lavorazione. 

 

Nantul riunisce tre sistemi robotici: un braccio che alimenta in continuo le macchine di rimozione e due unità da banco simili a stampanti 3D o a macchine a controllo numerico. Una rete neurale identifica e cataloga i componenti, cerca online le specifiche dei profili termici dei produttori e usa quei dati per combinare forza di aspirazione, calore localizzato e movimenti da fare per staccare i chip riducendo al minimo i danni. 

 

Gli elementi recuperati vengono poi suddivisi per numero di modello: l’azienda dichiara che ogni macchina può recuperare fino a 300 circuiti integrati di RAM intatti all’ora e non costa molto, essendo costruita con componenti consumer e hardware Nvidia Jetson Nano, al fine di contenere i costi. 

Una soluzione promettente ma ancora agli inizi

Il valore dell’approccio sta nel creare una filiera nuova partendo però da materiali che prima andavano perduti. 

 

Il primo bersaglio di Tuurny sono i chip di RAM e i componenti dei sistemi più datati, difficili da reperire sul mercato tradizionale ma tutt’ora impiegati in settori come telecomunicazioni, aerospazio e difesa, dove gli apparecchi restano in servizio molto a lungo dopo la fine della produzione dei loro chip. 

 

Gli esperti invitano però alla cautela: se la RAM è un buon punto di partenza perché ha un valore di riutilizzo elevato ed è più standardizzata di altri componenti, lo stesso discorso non si può estendere a tutto. All’aumentare della complessità dei pezzi, infatti, crescono anche le difficoltà di rimozione senza danni. Proprio la RAM, però, resta un elemento sempre più centrale nell’evoluzione digitale, anche in settori come quello dei giochi online: titoli come Starburst slotoffrono esperienze sempre più fluide, grafiche curate e animazioni dinamiche, caratteristiche che richiedono risorse di memoria sempre più efficienti.

 

Sul piano economico, i pezzi recuperati devono valere abbastanza da giustificare i costi di macchine, sensori, test e manutenzione, e la stessa espansione dell’azienda potrebbe scontrarsi con la difficoltà di reperire i componenti necessari a costruire altri robot. 

 

Per ora la sfida di Tuurny ha senso come soluzione strategica mirata al recupero di componenti di valore come la RAM ma il suo successo dipenderà dalla capacità di garantire alle fonderie e ai laboratori flussi di materiale costanti e in volumi commercialmente significativi, una condizione indispensabile perché l’intero modello risulti davvero sostenibile su larga scala.

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