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La guerra, Marte e lo Spazio: intervista a Patrizia Caraveo

La sua scoperta era una stella che non c’era, o meglio non si vedeva. Ora si chiama Geminga, alla milanese (appunto “non c’è”), perché alla fine – come diceva Napoleone – “se è possibile è stato già fatto, se è impossibile si farà”. Purtroppo negli ultimi due anni di cose impossibili sulla Terra se ne stanno facendo troppe: prima il Covid e adesso una guerra in piena Europa. Che ha colpito perfino la Stazione Spaziale Internazionale e soprattutto la spedizione su Marte. Patrizia Caraveo, scienziata di fama internazionale e dirigente di ricerca dell’Istituto Nazionale di Astrofisica, avrebbe voluto continuare ad occuparsi d’altro: il suo ultimo libro, Sidereus Nuncius 2.0 (non a caso l’ideale prosecuzione di quello scritto da Galileo Galilei), parla di un’astronomia pronta a una nuova era. Ma… “Ma questa volta il male che ci stiamo facendo sulla Terra sta andando nell’Universo”.

guerra Marte Patrizia CaraveoLa guerra su Marte e nello Spazio: intervista all’astrofisica Patrizia Caraveo

In che senso, Professoressa?
“Per la prima volta i venti di guerra sono arrivati in orbita e anche oltre. E questo rischia di annullare anni di progresso scientifico”.

Un incredibile effetto collaterale…
“In tutte le crisi precedenti, anche in quella che riguardava la Crimea nel 2014, non si era mai arrivati al punto di rottura in maniera così spettacolare. Si era sempre detto: la scienza è un patrimonio di tutti, cerchiamo di salvaguardarla”.

Questa volta invece…
“E’ successo qualcosa di più: il capo di Roscosmos Dmitry Rogozyn ha aperto una crepa forse irreparabile. Anche nel 2014 aveva lanciato sui social dei tweet pesanti contro gli americani, tipo adesso i vostri astronauti mandateli nello spazio con la fionda. Ma poi non era successo nulla”.

In questo caso invece?
“Rogozyn ha scritto dei messaggi deliranti. Nasa e Esa hanno abbozzato per non alimentare la tensione, ma l’ente spaziale tedesco invece ha ordinato ai suoi di non collaborare più coi russi. E di cancellare – non sospendere, proprio cancellare – ogni programma in corso con loro”.

All’inizio era solo la Germania.
“Sì, ma il risultato è stato demenziale. Per esempio: nella Stazione Spaziale Internazionale, in questo momento, c’è un cosmonauta tedesco che non può andare nella parte russa. Dove c’è uno strumento della sua nazione che ora è stato spento”.

E per la spedizione su Marte: ora è tutto rinviato?
“L’Europa doveva lanciare da Baykonur, in Kazakistan a settembre, la missione ExoMars verso Marte. Per farlo c’è una finestra di due settimane ogni due anni: un danno incalcolabile. Era già tutto pronto per gli ultimi test, ma ora l’Esa ha fatto sapere che non siamo sicuri di poter lanciare. Era un modo carino per dire ci hanno mandato a quel paese.

Tutto questo nel momento in cui il nuovo telescopio James Webb ci aprirà nuove porte nell’universo.
“Esattamente su 13 miliardi di anni della sua storia. Per fortuna lo strumento è europeo, americano e canadese”.

Questa guerra insomma fermerà la scienza?
“Non tutte le istituzioni la pensano allo stesso modo, per fortuna. Il Cern ha 1000 scienziati russi, l’8% del suo personale. Ha duramente condannato l’invasione ma non ha certo in testa di privarsi delle sue menti migliori”.

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E loro cosa dicono?
“Ma secondo voi è possibile chiedere loro di dissociarsi? A persone che possono finire in galera o che devono difendere una famiglia che vice in un regime, ormai è chiaro, dittatoriale? Un conto è la politica, un conto sono i colleghi. L’Ue ha deciso che non paga più i finanziamenti che erano stati approvati per le istituzioni russe. Ma questa è un’altra cosa”.

Ha sentito qualche collega russo in questi giorni?
“Non direttamente: quelli che lavoravano con me ora sono sparsi tra America ed Europa. So che molti hanno firmato l’appello per la pace, per contro però ci sono 200 rettori che hanno scritto una lettera in supporto a Putin. Chi può dire l’hanno fatto? Magari o firmi o ti dimetti. Con quel che ne consegue”.

Scienza e guerra nella storia spesso hanno trovato un punto di incontro. Lei si fa delle domande su cosa potrebbe avere di negativo una sua scoperta?
“Beh, non è che siccome una matita ti può essere ficcare in un occhio, allora decidi di non utilizza. Le scoperte scientifiche hanno valore assoluto, ovviamente se intendono capire qualcosa di più sulla nostra esistenza e sul nostro futuro. E poi: sa qual è l’arma più letale dell’umanità?”.

Dica.
“Il cuscino. E’ l’oggetto con cui si ammazzano più persone”.

Dicono: gli astrofisici hanno sempre la testa nello spazio.
“Sì è vero, ma per guardare fuori della realtà usi degli strumenti che si costruiscono sulla Terra. E quando vengono spenti, la scienza viene colpita. E io sono molto rattristata”.

Come se ne esce?
“Ho passato la mia carriera a vivere all’interno di collaborazioni. Anche quando c’è il Muro si andava in Unione Sovietica per confrontarci con i colleghi. Avevamo gli stessi interessi e c’era uno scambio di informazioni, perché noi avevamo la tecnologia e loro i lanciatori. C’erano problemi anche allora, la vita non era facile. Ma c’era l’idea del lavorare insieme per un obiettivo comune. Più alto”.

E come se ne esce adesso?
“Si è disgregato tutto in un attimo, è bastato un tweet per far saltare in aria 50 anni di sforzi. Quando Reagan capì che le Guerre stellari non le avrebbe vinte nessuno, è andato da Gorbaciov e hanno trovato il modo di aprire la Stazione Spaziale Internazionale. Adesso Roscomos sta mandando tutto all’aria. Io in Ucraina ci sono stata più volte. A Kiev, a  Kharkov, in quelle piazze ora vedo solo macerie. E non ho capito perché. Anni di fiducia reciproca svaniti in un attimo”.

Alla fine: c’è più caos nell’universo o su questa Terra?
“Ah, nell’universo ogni tanto succedono fuochi d’artificio, ma noi cerchiamo di trovare un ordine: sono eventi che rispondono alle leggi della fisica, sono imprevedibili ma logici. Sulla Terra nella testa delle persone c’è il prodotto di fattori psicologici difficili da spiegare. Mi sa che il vero caos è qui”.

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Marco Pietro Lombardo

giornalista appassionato di tutto quanto fa tecnologia, caporedattore del quotidiano Il Giornale

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