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Interviste

L’app di tracciamento del MIT raccontata da un ricercatore italiano

Antonio Luca Alfeo è uno dei 25 ricercatori italiani che sta collaborando con il MIT di Boston nello sviluppo di «Safe Paths». Ovvero un set di piattaforme e strumenti digitali open source che può aiutare a fronteggiare la diffusione del coronavirus. È il progetto insomma che porterà a una app di tracciamento per i casi di positività, uno dei 339 al vaglio della task force di esperti voluta dal Ministero dell’Innovazione. Raccontato su “Il Giornale” di venerdì 10 aprile.

Antonio Luca Alfeo

Antonio Luca Alfeo e l’app per il tracciamento del MIT

di Marco Lombardo

«La cosa più importantespiega il 32enne ricercatore per il dipartimento di Ingegneria dell’Informazione dell’Università di Pisaè che alla fine ne venga scelta solo una: l’impatto che può avere sulla crisi è tanto più ampio, quanto più persone la utilizzeranno».

Quanti esperti stanno lavorando al progetto del Mit?
«Circa 500-600. E tutti lavorano su base volontaria».

Missione difficile: far convivere tecnologia e privacy.
«Si può dire che questo è un vero banco di prova. Il primo esempio di come la privacy dovrà essere trattata in futuro, anche a crisi terminata e in altri campi. In questo caso sappiamo che la piattaforma non risolverà il problema Covid-19, ma può sicuramente aiutare a farlo in modo rapido».

Come funziona l’app?
«Innanzitutto sia chiaro: tutto parte dalla volontarietà. E l’app va usata in modo corretto: se per esempio si lascia lo smartphone a casa è inutile. Il presupposto poi è che il cittadino sia disposto a dare qualcosa di sé per aiutare gli altri».

I propri dati sensibili.
«Alcuni dati. Che restano però sempre e solo nel dispositivo. In pratica: solo nel caso che tu vada in ospedale e ti trovino positivo, puoi decidere di donarli alla piattaforma».

A quel punto?
«Vengono caricati sul server dell’ospedale o dell’autorità sanitaria in modo da essere aggregati in forma anonima, e non riconducibili ai singoli utenti. Per mostrare il posizionamento e lo spostamento di tutti quelli che hanno deciso di donare il tracciato negli ultimi 28 giorni».

La domanda numero uno: è davvero sicuro?
«Sì, questa è la differenza rispetto ad altre tecnologie. Una volta uscito dal device e redatto dall’autorità sanitaria, il dato non sarà mai più in chiaro. Il tracciato nostro e di altri resta offuscato. La privacy è totale».

Come si fa a sapere di aver incontrato una persona positiva?
«Sgombriamo il campo agli equivoci: se uno è positivo si presume che sia in quarantena a casa. Quello che fa l’app e di dare l’opportunità di scaricare periodicamente i tracciati presenti nel server e di confrontarli con il proprio».

Per farne cosa?
«Tipo: sono andato al supermercato e scopro che c’era qualcuno che successivamente è risultato positivo al virus. Ai primi sintomi sono consapevole di essere stato a rischio e posso prendere subito precauzioni».

È lo stesso meccanismo usato in Asia?
«Assolutamente no. Non è nella nostra cultura e poi in Europa abbiamo il Gdpr. La loro app garantiva la forma anonima, ma con il tracciamento si capiva chi fosse il titolare delle posizione. Su questo in Corea ci sono stati problemi sociali».

Da ricercatore: vale più la tecnologia o la privacy?
«Il momento è epocale, questa crisi cambierà l’approccio alle tecnologie di questo tipo. Abbiamo vissuto casi come Cambridge Analytica, considerati uno scandalo. Ma non si era mai preso in esame l’adozione di soluzioni <CF201>privacy first</CF>. Per rispondere: le due cose devono viaggiare insieme».

Ovvero?
«Da un lato la tecnologia può dare un contributo, ma garantire la privacy dà certezza che le persone la adottino e la usino. E quindi che abbia un impatto».

Il futuro è cambiato?
«Questa è una domanda filosofica, più che scientifica. Più andiamo avanti e più ci rendiamo conto che ci sono tecnologie che possono cambiarci la vita. E ci rendiamo conto che dobbiamo imparare a gestirle. Questa è la difficoltà».

Come superarla?
«Con maggiore informazione. L’intelligenza artificiale non è quella dei film di fantascienza o di Black Mirror. L’avessimo avuta adesso, avremmo avuto più risposte. Su tutto c’è sempre l’Uomo».

Il coronavirus insomma ci renderà diversi.
«Ci dirigiamo verso una nuova era. Nella quale ognuno di noi può con i giusti mezzi condividere qualcosa, pur preservando la privacy, per il benessere di tutti».

Siamo pronti a farlo?
«Dobbiamo. Abbiamo solo da guadagnarci»

giornalista appassionato di tutto quanto fa tecnologia, caporedattore del quotidiano Il Giornale

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