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Sepùlveda, il giornalismo digitale e quello di carta

L’errore che ha fatto il giro del web ieri merita una riflessione sul giornalismo oggi, digitale e non. Luis Sepùlveda autore di “100 anni di solitudine” (così come scritto per qualche minuto da TgCom 24, con il seguito poi di scuse) non può essere catalogato solo come ignoranza. Come sui social si è fatto subito notare. Forse anche, ma c’è qualcosa di più profondo. Che coinvolge il modo di fare editoria oggi.

Giornalismo digitale ma non solo

di Marco Lombardo

Parlo per partito preso, ovvio: anche se ho cominciato come tutti a tuffarmi nel digitale, nasco e resto un giornalista da carta stampata. E mentre il giornalismo si evolve, il mezzo nel quale sono cresciuto resta immutabile. Anzi, volendo, peggiora anche un po’. Quantomeno in Italia.

Ripartiamo da quell’errore: capita a tutti, soprattutto nella fretta di dare le notizie. Certi errori non dovrebbero capitare, ma capitano, credetemi. Anche a me è successo, magari nella fretta di chiudere una pagina all’ultimo, pur rileggendo l’articolo un sacco di volte. La magagna resta lì, e te ne accorgi il giorno dopo. Il bello del web è che la fai e la correggi, sul giornale non si può. Scripta manent.

Il problema però è un altro: l’informazione online, per sua definizione, va di fretta. Quella cartacea ha più tempo per rimediare. E il presupposto dovrebbe essere che i due volti del giornalismo possano e debbano convivere. Per cui chi dice: “Non leggo più i giornali perché tanto ho le notizie su internet o sul telefono” fa un grave errore. Così come le aziende che depotenziano i quotidiani finendo per costringere i redattori a riempire i giornali di news già lette il giorno prima per inseguire i clic (degli altri).

L’inizio della fine

Il web non esclude la carta e viceversa. Non dovrebbe. Sono che qualche anno fa gli editori, tutti noi, abbiamo pensato che regalare la nostra merce (ovvero la notizia) ai mezzi digitali, sarebbe bastato per spostate il mercato (de)cadente della pubblicità cartacea a quello del web. Errore gravissimo: sia perché il travaso di denaro non è stato uno contro uno, sia perché si è abituato il lettore ad avere tutto senza niente in cambio.

E allora: perché dovrebbe pagare 1,50 euro per comprare qualcosa che non dà nulla di più di quello che già trova sul pc o sullo smartphone? Questo è il punto.

Le notizie oggi

News e approfondimenti oggi viaggiano grazie mezzi scritti, audio e video, che si compensano. Quotidiani, siti, social, app, podcast, Tv, radio, YouTube e quant’altro… E il messaggio che sta cercando di farsi largo è che – sorpresa! – la notizia non è gratis: costa lavoro, passione e sacrifici. Di persone e di famiglie. Poi dipende dal prodotto: se piace varrà la pena di investire qualche euro, se non piace non lo si compra. E chi non è capace, chiude. Senza rimpianti. Si chiama meritocrazia.

Invece no: si galleggia mentre il Titanic affonda. Mantenendo le posizioni come l’ultimo giapponese nella foresta. Mentre i grandi editori americani hanno capito, e infatti il web fa abbonamenti e profitti che superano la pubblicità. Mentre i quotidiani Usa sono tornati a crescere nelle vendite con un sistema di diffusione amplificato.

Nonostante tutto questo qui si resiste. Noi giornalisti assunti aggrappati a un contratto che regola ciò che non c’è più, quelli precari che si fanno pagare 5 euro lordi a pezzo. O addirittura pagano per lavorare perché “da cosa nasce cosa” e tanto c’è sempre qualcuno che accetta se non lo fai tu. Ordine, sindacato, Inpgi: l’importante è farsi trovare pronti alle elezioni. E poi i manager, che tagliano, tagliano, tagliano senza mai investire (tranne magari in qualche bonus).

Qui da noi, dopo aver eliminato per primi i correttori di bozze “perché tanto c’è il computer” (che però non ti fa mai sentire un po’ ignorante, seppur con garbo, costringendoti a prepararti meglio), gli editori hanno fatto fuori una generazione di giornalisti nell’era dell’esperienza. Tagliando. E rimpiazzandola con gente sottopagata (quando la pagano) che passa dalle elementari del mestiere direttamente all’università perché tanto uno vale uno.

Rimedi?

Non ce ne sono, dicono, di rimedi. Eppure basterebbe guardarsi intorno. Studiare e, al limite, copiare. Non c’è solo l’America che insegna, anche più vicino qualche esempio non manca. Ci vorrebbero un po’ di coraggio, un po’ di idee, l’accettazione del rischio e del fatto che fallire una volta non vuol dire farlo per tutta la vita. Gente come Elon Musk, Jeff Bezos (che guardacaso ha pure puntato sull’editoria) o un libro su Steve Jobs, potrebbero insegnare qualcosa.

Si dovrebbe pensare che il giornalismo non sia un mezzo per fare carriera o collezionare poltrone, ma uno scopo per migliorare se stessi e gli altri. Magari poi per finire a fare carriera o collezionare poltrone, potendo contare sulla propria crescita professionale. Sui propri errori e sui propri meriti.

E invece, quando accenni un discorso del genere, ti guardano allargando le braccia dicendo: “Che ci possiamo fare, hanno chiuso le edicole…”. Ma va?

giornalista appassionato di tutto quanto fa tecnologia, caporedattore del quotidiano Il Giornale

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