Immaginate di avere un business nel settore dei viaggi in questo momento. Avete due possibilità: farvi prendere dallo sconforto, oppure sedervi davanti a un tavolo e riempirlo di nuove idee. Quest’ultima è la scelta che ha fatto Fabio Bin, co-fondatore e CMO di WeRoad, una start up nata nel 2017 per organizzare vacanze a lungo raggio e mettere insieme persone che non si conoscono.
Fabio è uno degli speaker di Digital Innovation Days. E in tema di come organizzare la ripartenza ha da raccontare l’esperienza della sua azienda nel periodo più buio.
Intervista a Fabio Bin (WeRoad)
di Marco Lombardo
Partiamo da qui: arriva il lockdown e…
“Beh, cominciamo dicendo che WeRoad è diventato uno dei prodotti meno vendibili. Un tour operator digitale che organizza viaggi a lungo raggio per piccoli gruppi che non si conoscono. C’è tutto qui dentro: il muoversi, la connessione tra persone, il mondo senza confini…”.
Una situazione che definire complessa è riduttivo.
“All’inizio la cosa più difficile è stata il dover riportare a casa le persone che erano ancora in viaggio. E poi riproteggere chi aveva già acquistato un pacchetto e non poteva più partire. In questo i voucher ci hanno aiutato molto”.
Ma poi?
“Abbiamo deciso subito che non potevano metterci a sedere e piangere. La fase del lockdown l’abbiamo usata per reinventarci. Certo, l’hanno fatto in tanti, ma nel nostro settore e in quello alberghiero era una vera sfida”.
Quali sono stati i passaggi?
“Devo dire che siamo stati abbastanza reattivi. La prima cosa da affrontare è stata il controllo dei costi: abbiamo rinegoziato i contratti con i fornitori, aperto la cassa integrazione per i dipendenti, noi manager ci siamo tagliati gli stipendi. Poi abbiamo affrontato i problemi dei nostri clienti”.
Come?
“Tenga presente la situazione. WeRoad a inizio anno era in forte crescita, avevamo appena aperto la sede in Spagna, avevamo in programma un piano di assunzioni. Arriva questa batosta improvvisa: che fare? Per noi l’importante era reagire e abbiamo subito trasformato il team che gestiva le crisi in uno che doveva programmare la crescita. E ci siamo messi a generare idee e progetti”.
Per esempio?
“Sulla parte consumer una cosa che ha funzionato subito è stato fare gift card con valifità di due anni a prezzi scontati. In poco tempo abbiamo fatto volumi importanti: vendere viaggi in lockdown è stato praticamente un miracolo”.
Poi, finito il lockdown, qualcosa si è riaperto?
“Abbiamo riconvertito il nostro business, spostandoci sul breve raggio: prima in Italia avevamo solo 4 destinazioni, ne abbiamo attivate più di 50 nuove. Insomma: dall’Indonesia siamo passati alla Sicilia e il risultato è stato molto buono. Il mese di agosto ci ha dato grandi soddisfazioni”.
Il problema, però, è di nuovo adesso.
“La situazione normativa e quella psicologica non aiutano, ma le soluzioni ci sarebbero. Tipo prevedere tamponi rapidi prima di un viaggio per le destinazioni più sicure. Se non si interviene subito l’industria dei viaggi difficilmente ripartirà”.
Si rischia davvero un crac definitivo?
“Noi siamo piccoli e ce la possiamo cavare. Ma ci sono grandi gruppi che hanno licenziato 2000 persone in poche settimane. Si tratta di mettere sul lastrico tutta una filiera, composta da oersone e da famiglie. Bisogna intervenire. Noi intanto puntiamo sui periodi di ferie, sperando che ci siano”.
Cosa insegna questo terribile momento?
“Diciamolo: ci sentivamo intoccabili. Noi siamo partiti nel 2017 con 2-3 persone part time, nel primo anno abbiamo realizzato 100 mila euro. Il terzo eravamo sui 10 milioni e volevamo assumere un sacco di gente per gestire la crescita. Un anno e mezzo fa dicevo che non potevo proprio immaginare cosa potesse andare male…”.
Ci vuole insomma il piano B.
“Per fortuna nel nostro Dna c’è sempre stato quello di cambiare idee e progetti in fretta. Però altro che Piano B: ora ci vorrà anche quello C e quello D. WeRoad, per dire, ora continua a cambiare scenari di settimana in settimana: si deve essere sempre pronti a stravolgere tutto”.
La tecnologia può aiutare?
“La tecnologia aiuta, e tanto. Noi siamo un business abilitato dalla tecnologia, senza non potremmo operare. Senza i social non potremmo farci conoscere. Però c’è un fattore che va oltre a questo”.
Ovvero?
“Il fattore umano. Io non metterò mai dei chatbot a rispondere ai miei clienti. Il nostro customer care per esempio è preparatissimo sul contatto via Whatsapp, che alle persone piace molto come mezzo d’approccio. Anche durante la pandemia abbiamo cercato di tenere ingaggiati più gente possibile: compagni di viaggio, coordinatori. Abbiamo fatte cose importanti per farci sentirci vicini”.
Che, in tempi di distanziamento…
“Ecco, il consiglio è questo: trovate il modo di restare sempre in contatto. Sono le persone ad aver fatto crescere WeRoad, per noi sono amici per sempre. La tecnologia ci aiuta in questo e quando sarà tutto finito saremo pronti a ripartire. In tutti i sensi”.






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